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Il "Tempo della Festa" nel Medioevo:
la festa dei cavalieri
Per l'uomo di questa fine del XX secolo parole quali "torneo",
"giostra", "palio" e simili suggeriscono subito,
irresistibilmente rutilanti immagini di prodi cavalieri dalle corazze
corrusche, il cozzare delle lame e lo scalpitio impaziente dei cavalli,
nobili signori dalle vesti fastose di broccati di sete di ricami
d'oro, damigelle e dame belle come le fate delle fiabe, vessilli
multicolori fatti turbinare al vento dagli sbandieratori nel sole
di un giorno d'estate, fra il rombo fragoroso ed elettrizzante dei
tamburi: in una parola, il peggior Medioevo di cartapesta.
L'attuale moda delle "rievocazioni" e delle "manifestazioni
in costume" di ispirazione pseudomedievale (più pseudo
che medievale) che vediamo diffondersi sempre più, e con
risultati pratici quasi mai esaltanti agli occhi del cultore di
storia, rende indispensabile puntualizzare che la scarsa e superficiale
conoscenza, da parte di organizzatori e figuranti che mirano soprattutto
a mettere in piedi uno "spettacolo" pittoresco, dell'autentica
civiltà del Medioevo (ma la civiltà di quale Medioevo,
poi? Se ne potrebbe allineare mezza dozzina almeno…), offre
allo spettatore profano una grossolana confusione di "generi"
che nella realtà del tempo non sempre, e non dovunque convivevano.
In ogni periodo e in ogni cultura il "tempo della festa"
non solo ha sempre segnato una rottura del "tempo ordinario",
quotidiano e lavorativo, introducendo in esso comportamenti e valori
a volte molto differenti (attività ludiche anziché
lavoro, spreco anziché accumulo di beni, ecc.), ma, dal punto
di vista sociale, svolge un ruolo importantissimo ai fini della
coesione di una società, o di un determinato segmento di
essa, accrescendone la consapevolezza di sé, del proprio
ruolo e della propria importanza mediante una serie di rituali collettivi:
processioni, banchetti, balli, parate militari, spettacoli teatrali,
gare sportive.
Nell'epoca medievale, fortemente segnata da comportamenti ritualizzati
e destinati, nel Basso Medioevo, a ritualizzarsi sempre più
nella dimensione dello "spettacolo", il Tempo della Festa
(si parla ovviamente della festa laica, dal momento che la festa
religiosa, gestita dalla Chiesa, segue itinerari differenti) riflette
fedelmente l'evolversi della società civile e delle sue componenti.
È mia intenzione intraprendere, a tappe successive, un esame
delle varie "feste" medievali, verificandone la rispondenza
con le forme di società che le esprimevano.
Appare subito evidente che, a partire dalla seconda metà
del XI secolo, soprattutto in un'area geografica comprendente la
Francia settentrionale e le Fiandre, l'aristocrazia feudale, che
- a differenza degli emergenti ceti mercantili e cittadini - si
riconosceva nell'esercizio delle armi e nella proprietà terriera,
sviluppò un particolare tipo di "divertimento",
destinato a godere, nel volgere di pochissimo tempo, di un successo
enorme e duraturo, tanto da divenire la "festa" per eccellenza
di quelle classi sociali che amavano identificarsi nell'istituto
della Cavalleria: il torneo.
Come quasi tutti sanno - o credono di sapere - il torneo consisteva
in un combattimento intrapreso con uno spirito che oggi definiremmo
"sportivo", anche se, almeno nei primi tempi, differiva
ben poco dalla guerra vera e propria, sia per la violenza, a malapena
temperata da regole non sempre osservate, con cui lo si praticava,
sia per l'adozione in esso delle medesime tattiche impiegate sul
campo di battaglia. Per limitare la pericolositý di questo "sport"
violento e rischioso, nel Duecento furono adottate regole sempre
pi˜ precise e severe, accanto alla melée di massa
venne introdotta la giostra (combattimento singolo fra due cavalieri,
mentre col termine torneamentum s'intendeva più specificamente
lo scontro fra gruppi più o meno numerosi di guerrieri);
nel contempo, la mischia brutale delle origini si andava arricchendo
di comportamenti formali, cortesi e letterari, sui quali esercitava
un'influenza fortissima la parallela diffusione, negli ambienti
nobiliari, della poesia cavalleresca.
Via via che la Cavalleria perdeva importanza, sia in campo militare
(nel Duecento incominciavano ad affermarsi le fanterie, specie quelle
dei Comuni italiani) che in quello sociale (la crescente autorità
delle monarchie centralizzate, come in Inghilterra, tendeva a ridurre
sempre di più il potere della classe feudale), i membri di
essa si sforzavano di vivere il torneo come un "gioco",
un momento di autoesaltazione e di affermazione di ideali e valori
ormai in declino nel resto della società. Verso la fine del
Trecento il "torneo a tema", nel quale i partecipanti
scendevano in campo fantasiosamente travestiti da personaggi dell'epica
cavalleresca, rifacendosi soprattutto alla corte di re Artù,
diede vita a una variante, il pas d'armes, o "passo
díarmi", consistente in una sfida lanciata da uno o più
cavalieri, che s'impegnavano a "difendere" una località
("passo") contro chiunque volesse misurarsi con loro.
Il pas d'armes poteva durare assai a lungo (il Pas d'armes
de la Fontaine des Pleurs, tenuto dal cavaliere borgognone
Jacques de Lalaing si protrasse dall'ottobre 1449 al novembre 1450),
spesso comportava, com'era consuetudine nel Basso Medioevo, curiosi
giuramenti o voti da parte degli sfidanti, e si svolgeva in una
cornice di ispirazione volutamente letteraria e fiabesca.
Nell'"Autunno del Medioevo" e nei secoli successivi,
addirittura fino al Seicento inoltrato, il torneo si sarebbe progressivamente
evoluto in uno "spettacolo" sempre più sofisticato,
socialmente esclusivo e ricco di componenti teatrali.
Festa di cavalieri come nessun'altra (nel XV secolo, in Germania,
ne era proibita la partecipazione a chi non aveva quattro quarti
di nobiltà), ammirato e a volte anche imitato da una borghesia
sensibile al fascino snobistico della Cavalleria, monopolizzato
infine da principi e sovrani che si servono di esso per esaltare,
con inaudita magnificenza, il proprio ruolo e legare meglio a sé
una nobiltà sempre indocile, dal XII al XVI secolo l'evoluzione
del torneo rispecchia dunque puntualmente quella del ceto cavalleresco
come fenomeno tanto sociale quanto militare.
Anche se in via eccezionale, videro la partecipazione diretta o
indiretta di nobili, manifestazioni di altra natura, quali le corse
al palio a cavallo o gare di vario genere, rimasero a contrassegnare
un "tempo della festa" espressione di differenti categorie,
in particolare dei ceti urbani, legati non al feudo e alla proprietà
terriera ma al Comune e alla sua potenza finanziaria e mercantile,
che celebrando in tali modi vittorie e ricorrenze civiche affermavano
orgogliosamente la propria forza e quella della propria città.
Dopo la "festa dei cavalieri", quindi, bisognerà
parlare di un altro "Tempo della Festa", quello dei borghesi
e dei cittadini.
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